I ragazzi di Bucarest

2004 © Photo Daniele Gussago

Per avvicinare di ragazzi di Bucarest, ragazzi randagi che vivono per strada, ho avuto bisogno di un ex randagio. Rafael conosce Bucarest come il palmo della sua mano, conosce i vicoli e i quartieri più nascosti, tutte le tane dei suoi ex compagni di strada. Un passato che non rinnega. Ora utilizza le sue conoscenze e le sue esperienze per tenere d’occhio i gruppi, i nuovi arrivi, i bambini. Si viaggia leggeri. La macchina fotografica analogica con un solo obiettivo fisso, il grandangolo, è prudentemente nascosta in un anonimo zainetto. Niente borse high tech. Ci avviciniamo ai gruppi con un saluto gentile, le solite domande: come stai? Hai mangiato oggi? A volte portiamo qualcosa da mangiare altre volte dobbiamo procurare medicinali o chiamare un’ambulanza per far medicare un intero gruppo e far ricoverare un ragazzo che sta male. La luce del giorno mostra una parte della vita dei randagi, forse la peggiore perchè la luce esplicita tutta la loro precarietà e il degrado dell’ambiente in cui vivono. La notte sembra a loro più congeniale. Sono più invisibili e contemporaneamente più attivi, più vivi. Rafael scruta gli angoli bui dove i cespugli e gli alberi ostacolano la luce dei lampioni. Sì, quella ragazza è una di loro. E’ seduta su un muretto, immobile. A poca distanza c’è un chiosco che vende bibite e dolciumi. Ne compriamo un po’. Scopriamo che è incinta, perplessi le chiediamo se è felice, se sta bene. Con un grande sorriso dice di sì, sono felice. Sei sola? No, ci sono gli altri, sono vicini. Andiamo. Troviamo il resto del branco che fa festa in quello che di giorno è un mercato con fermata di bus e taxi. Lo abbiamo visto oggi, è strapieno di gente, la sera è deserto. Con una radio – Cd si ascolta musica, molti ballano, qualcuno dorme con un sonno profondo. Profondo in modo sospetto. Il sacchetto di colla è sempre presente, ognuno ha il suo. Siamo coinvolti nelle danze e le foto sono una parte della festa. Fanno a gara per farsi fotografare senza alcun imbarazzo mentre aspirano la loro colla, come fosse un trofeo da esibire, uno status symbol. A una festa si mangia e quindi altri acquisti in un piccolo supermercato ancora aperto.

Continuiamo la nostra esplorazione, ci hanno detto di provare vicino alla stazione, tipico. Troviamo due ragazzi storditi dalla colla. Questa volta non ci vogliono portare ai loro canali. Che fate qui? Lavoriamo. Dove? Qui al bar. Guardiamo perplessi la ragazza che gestisce il bar. Con un sorriso conferma, il lavoro dei ragazzi è pulire il marciapiede, svuotare i cestini e portare via la spazzatura. Non indaghiamo dove portano la spazzatura, è abbastanza evidente. Torniamo in centro, in quella piazza Universitade che abbiamo capito essere il quartier generale di molti gruppi. Qui vediamo all’opera quello che probabilmente è un pedofilo. Sta amichevolmente seduto a fianco di un bambino dagli occhi di ghiaccio e che fuma una sigaretta. Niente colla. Stanno molto vicini e parlano sommessamente, qualche risata ogni tanto. Gli altri ragazzi stanno alla larga. Cominciamo a scherzare con i capi banda e finalmente posso estrarre la macchina fotografica. Una bambina subito si mette in posa. Devo insistere per farle chiudere le gambe. Le pose sono VM18 anni. Brutto segno, deve aver posato per quelle foto talmente tante volte che ormai per lei macchina fotografica vuol dire lavoro. Forse su Internet è una piccola star. Questi ragazzi vivono in una condizione di apparente totale libertà. Non ci sono adulti e strutture a cui rendere conto. Molti di questi bambini sono fuggiti di casa e hanno trovato rifugio e il fascino della libertà in strada. Nessuno pensa al domani, conta solo il presente e la prossima scorribanda per le vie della città.

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