Ambienti di caccia

Fotografie di Daniele Gussago

Sin dai primordi l’attività venatoria è stata una delle principali attività umane e ha sempre richiesto una grande conoscenza dell’ambiente in cui il cacciatore opera. Questo era certamente vero quando si pensa ai cacciatori che praticavano la caccia come una delle principali fonti di sostentamento per sé, per le proprie famiglie e per il “clan”. Oggi evidentemente questo scopo non è più presente e da più parti ne viene richiesta l’abolizione.

Il ragionamento di chi è contrario è fondato sulla constatazione che non c’è più bisogno della caccia. Il cacciatore è visto come un “professionista” di un lavoro non più richiesto dalla moderna società e dannoso per l’ambiente. Così come si sono estinti tanti lavori con i relativi professionisti, ad esempio i fabbricatori e venditori di ghiaccio, i carbonai, le lavandaie, gli spazzacamini ecc. sembrerebbe logico attendersi anche la scomparsa del cacciatore sostituito dal centro commerciale con il suo fornitissimo reparto carni. Nel caso dei suddetti lavori questa estinzione si è di fatto verificata spontaneamente, mentre nel caso della caccia questo non è avvenuto. Perché? Il lavoro del cacciatore non è come tutti gli altri soggetto alle regole del mercato?

Evidentemente nella pratica della caccia c’è dell’altro, qualcosa che va oltre il semplice fatto di portare a casa del cibo.

L’osservazione e la frequentazione con alcuni cacciatori mi ha fatto scoprire il mondo emotivo che accompagna la pratica venatoria. Normalmente si parla della caccia come di una passione che viene classificata come sport. Tutti gli sport prevedono la sfida, più o meno alla pari, con un altro essere umano. Anche questo ha le sue radici nei tempi antichi, quando si doveva decidere la leadership all’interno del gruppo mediante prove e sfide. Oggi la rivalità tra cacciatori è qualcosa di mitico. Gruppi o singoli si tengono sotto costante osservazione durante tutto l’anno per scoprire i segreti e i trucchi che il gruppo “rivale” attuerà durante la successiva stagione venatoria. Un cacciatore in un appostamento fisso tiene il conto dei colpi sparati dal suo vicino-rivale. Da cio’ trae informazioni, magari erronee, sui motivi del passaggio degli uccelli migratori da una direzione piuttosto che da un’altra.

La capacità di osservare l’ambiente nei minimi dettagli, la cura delle zone di caccia, in particolare i roccoli e gli appostamenti fissi con la loro accurata scelta e disposizione degli alberi, il riconoscere il canto degli uccelli e il loro modo di volare, la cura degli uccelli da richiamo, mi ha convinto che ciò che anima un cacciatore è qualcosa di molto profondo, atavico. Per alcuni infatti la caccia è la ragione di vita, l’attività di tutto l’anno viene finalizzata alla riuscita della stagione venatoria, si prendono le ferie dal lavoro solo per andare a caccia, a volte si trascurano gli affetti familiari. 

I cacciatori mantengono dentro di loro un “istinto fossile” che li spinge ad utilizzare tempo e denaro per soddisfare questa voglia di confronto con la natura e con gli altri uomini. A volte questa smania li porta a comportamenti scorretti e illegali compromettendo l’immagine generale della caccia. Evidentemente sono finiti i tempi in cui essere cacciatore era un onore e una responsabilità nei confronti della società. Tuttavia, proprio questo elemento atavico, questo conservare un antico istinto rende i cacciatori persone molto umane, con tutti i pregi e i difetti insiti nella specie umana.

Le immagini di questo libro sono un omaggio a questo istinto, con esse ho cercato di evidenziare l’ambiente e le atmosfere di cui si nutre la passione per la caccia. Questi ambienti sono i luoghi dove un cacciatore dimentica il resto del mondo moderno, dove si compie un viaggio interiore nel tempo fino alle radici di un passato primitivo che alcuni vorrebbero morto e sepolto. Mi auguro che i cacciatori sappiano adattarsi alla società moderna mantenendo intatto il loro antico istinto predatorio mediante una pratica coscienziosa dell’attività venatoria.

Il giorno che morirà l’ultimo dei cacciatori l’umanità avrà perso le sue radici, il suo contatto con la preistoria e con i nostri progenitori.

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